Perché essere antifascisti oggi?

 


L’episodio dei nove martiri

Buongiorno a tutti e buon giovedì. Quello che state leggendo è il primo di una serie di articoli che faremo uscire a cadenza di ogni giovedì settimanale, per ricordare, riflettere e mettere in pratica azioni per l’oggi in funzione del domani.

Perché proprio di giovedì? 80 anni fa, giovedì 21 settembre 1944, Verucchio veniva liberata dalle forze di oppressione nazifascista. Nella stessa giornata 9 civili furono uccisi per rappresaglia in seguito all’uccisione del soldato tedesco Heinrich Harre. I loro nomi erano:

1.     Achilli Antonio, circa 55 anni.

2.     Berardi Lazzaro, 55 anni.

3.     Bracchini Giuseppe, 26 anni.

4.     Brigi Luigi, 58 anni.

5.     Celli Pietro, 65 anni.

6.     Filippi Luigi, 65 anni.

7.     Foschi Primo, 31 anni.

8.     Moretti Paolo, 55 anni.

9.     Zavatta Gregorio, 50 anni.

La strage fu ordinata dal capitano tedesco Hemult Hermann ed effettuata dal sergente Hemult Dietrich: assiste all’eccidio Johann Sowislok, che colpì Primo Foschi nella fossa perché ferito solo ad un braccio.1 Ciò non bastò a uccidere Primo, che venne sepolto vivo. Mentre gli veniva gettata sopra la terra gridava dei figli, non voleva lasciarli.2

Quei nomi a leggerli possono dire ben poco per chi non conoscesse la storia o per chi non fosse testimone diretto dei fatti. Ma dietro si celano storie di vita quotidiana durante il conflitto, persone con una famiglia e bocche da sfamare che probabilmente non si aspettavano di morire oppure credevano che ormai il peggio fosse passato, vista la vicinanza degli alleati che si apprestavano da San Marino a sfondare la linea gialla, ossia l’ultima barriera tedesca prima della pianura che correva tra Rimini e Verucchio.

Quello era un giorno qualunque, come recita la canzone cantata da Marco Pier Giulio Magnani, “21 settembre”. Un giorno che doveva essere di liberazione, diventato un incubo nel raggio di poche ore.

Vi chiederete perché abbiamo utilizzato un episodio così locale, per introdurre la risposta a una domanda così complessa e generale.

Forse occorre proprio partire da qui, da questo accadimento insito nella memoria di tutti i verucchiesi, tramandato tramite racconti e ricorrenze, ma a cui pochi forse fanno caso o prestano attenzione come dovuto.

 

La libertà è come l'aria: si vive nell'aria; se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è insufficiente, si soffoca; se l'aria manca si muore.

Don Luigi Sturzo

La violenza e la morte rappresentavano lo sfogo naturale di un regime basato sulla paura delle persone, sulla loro obbedienza. Il fascismo, prima di salire al potere, venne preceduto da tre anni di terrore a suon di manganello, olio di ricino e persecuzioni. Di fatto erano incapaci di far valere le proprie idee con altri mezzi. Benito Mussolini il giorno della marcia su Roma, non era affatto alla testa dei suoi, ma a Milano, pronto a scappare in Svizzera in caso l’esercito italiano fosse intervenuto. Strada che tenterà anche 20 anni dopo, invano.

Alcuni osano definire le leggi razziali, l’alleanza con la Germania di Hitler e la guerra, degli incidenti di percorso. Per il resto Mussolini sembra quasi dipinto come una vittima dall’opinione comune. Senza pensare al fatto che fu proprio lui, con i suoi metodi di potere, a ispirare Hitler e la creazione del nazismo. In seguito Mussolini seguì il Führer sulle politiche razziali contro gli ebrei e in una guerra parallela dove i nostri soldati furono mandati privi dell’equipaggiamento adeguato, carne da macello in nome dell’immagine del Duce. In Etiopia, allora chiamata Abissinia, avvenne un vero e proprio eccidio su ordine del generale Graziani, dove “fonti etiopi parlarono di trentamila morti, i giornali francesi e inglesi di una cifra fra i 1400 e seimila”.3 Lo stesso generale Graziani a cui il sindaco di Affile (Frosinone), Ercole Viri di FDL, ha voluto dedicare un mausoleo nel cimitero del paese, definendo il generale fascista “un grande condottiero”. Mussolini per intenderci, non solo era informato di tutte le azioni dei suoi generali, ma le approvava e ordinava.

Per essere antifascisti bisogna comprendere la storia. Ma perché tutti dovremmo esserlo? La riposta appare scontata ma per molti non lo è.

 

Antifascismo: facciamo chiarezza

Anzitutto sfatiamo un mito ricorrente: essere antifascisti significa essere di sinistra?

La Resistenza parte dalla sinistra e dai suoi partiti maggiormente organizzati all’epoca sul territorio.

Eppure la Repubblica nasce sulle macerie del fascismo e si fonda sull’antitesi al regime totalitaristico presente prima della liberazione. Non è una Repubblica fondata contro qualcosa, bensì per qualcosa: uguaglianza di diritti, libertà di voto, stampa, parola, riunione e molto altro che prima sotto il regime era punito.

L’antifascismo inoltre entra stabilmente nella Costituzione, una carta da cui tutti i partiti dovrebbero prendere spunto per scrivere i loro programmi.

L’antifascismo è ciò che ci unisce e da dove veniamo tutti. È grazie alla Resistenza se oggi ognuno può avere un ruolo nel dibattito pubblico e voce in capitolo, anche chi si definisce neofascista nel nuovo millennio. Volenti o nolenti.

Nel 2025 quindi le parole chiave da usare sono: autonomia, pluralismo e unità.

Esse sono presenti nel nostro statuto e specialmente oggi come oggi debbono essere una stella polare.

L’antifascismo, la pratica e la memoria di esso, non appartiene in esclusiva a nessuno schieramento politico. Fa parte dei valori repubblicani e democratici.

 

Difendere i valori democratici: perché è ancora doveroso

Il fascismo nasce dopo la prima guerra mondiale, ma non muore il 25 aprile 1945. Si è evoluto: tanti ex gerarchi sono stati riammessi nelle istituzioni dopo la guerra, alcuni camerati sono lasciati a piede libero, come Amerigo Dumini, assassino di Matteotti, morto nel ’67 fulminato da una lampadina.

Ciò accadde anche per ragioni geopolitiche, come la guerra fredda.

In Germania c’è stata Norimberga, da noi non si è mai riprodotto nulla di simile e anzi si è tentato di nascondere le malefatte del regime. Così nel nuovo millennio c’è chi vuole reinventare la storia o reinterpretarla a seconda del panorama politico e delle tendenze della propria base di elettori. Usare la storia come strumento politico è molto pericoloso. 

Essere antifascisti nel 2025 vuol dire voler difendere tutte le vittime compiute da quel tipo di ideologia che vedeva l’uomo forte e solo al comando, adulato da folle costrette a farlo per paura di ritorsioni, vantandosi di un consenso fittizio, presente vuoi per opportunismo (molti fascisti dopo l’armistizio del ’43 furono visti distruggere i busti del duce), vuoi perché i camerati avevano l’ordine di uccidere o mandare al confino a tutti coloro osassero mettere in discussione le scelte del Duce.

Non dimentichiamo infatti che quando Mussolini nel ’22 venne eletto capo del governo, aveva 34 deputati e la maggioranza apparteneva a Socialisti e Popolari. Negli anni seguenti, se davvero il suo operato aveva consenso, perché istituire l’Ovra, la temuta polizia fascista? Perché tentare di indottrinare i bambini, i giovani, crescendoli con propaganda fascista sin dai primi anni di insegnamento? La stessa generazione che – tra l’altro – entrerà nella Resistenza. Perché censurare, umiliare e uccidere chi professava idee diverse? Se il consenso era davvero presente, tutto questo probabilmente non sarebbe servito.

Essere antifascisti significa credere nella verità della storia, nei fatti documentati e imparziali, consci del fatto che anche i partigiani erano persone e in quanto tali non sono da santificare o idolatrare; sicuramente furono la parte giusta rispetto a un regime vigliacco e assassino. Furono ragazzi che si misero in gioco contro il conformismo imperante, per avere un paese dove ognuno può dire la propria e portare tutti i giorni da mangiare sulla propria tavola.

Essere antifascisti è traducibile nella volontà di perseguire la democrazia, oggi vittima dell’astensionismo e della sfiducia imperante verso le forze politiche.

Essere antifascisti significa avere la consapevolezza che il 25 aprile è l’anniversario della caduta del regime nazifascista, la celebrazione dell’antifascismo pensato in funzione della democrazia e privo di colori politici; costruito “come una scelta fra civiltà e barbarie”.4

Il motivo per cui voler essere antifascisti anche dopo 80 anni dalla Liberazione è la volontà di avere consapevolezza del passato della propria nazione, avere spirito critico verso il contesto sociopolitico odierno, onorare la memoria di chi ha avuto il coraggio di opporsi a una ideologia criminale e vivere il presente senza dare per scontati i diritti di cui godiamo.

Non si tratta di evocare uno spauracchio o il ritorno di una dittatura, ma di evitare l’ignoranza di un popolo che senza la propria storia sarebbe altrimenti incapace di muoversi nel mondo attuale compiendo scelte lungimiranti.

Terminiamo con una frase di Sandro Pertini, pronunciata in risposta verso una contestazione di uno studente: Se oggi tu hai il diritto di alzarti, di fare le tue obiezioni, di protestare dinnanzi al Presidente della Repubblica che ti ascolta con tanta fraternità, lo devi anche a questi uomini dai capelli bianchi che si sono battuti per la tua libertà e la libertà di tutti i giovani.

Grazie per essere arrivato fin qui.

Resistenti sempre, ieri come oggi. 




Note

1. Augusto Stacchini, Veleni: in Valmarecchia la guerra uccide ancora, Carlo Filippini Editore, 2015. P. 247.

2.   Verbali Inglesi.

3.  Aldo Cazzullo, Mussolini il capobanda, Mondadori, 2022. P. 227.

4. Aldo Cazzullo, Mussolini il capobanda, Mondadori, 2022. P. 12. 

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