Parole tra il Ventennio e la Resistenza

 Strategie di comunicazione: analisi della Resistenza e del Ventennio sotto una nuova lente. La storia della lotta partigiana ci dimostra che quando un gruppo sociale si organizza e correnti di pensiero diverse si uniscono per uno scopo comune, ciò che prima era appannaggio di pochi scelti, diventa uno strumento veicolabile da molti.


Buongiorno a tutti e buon giovedì.

La storia di oggi parte dal primo novembre del 1922, all’indomani dell’incarico di governo conferito a Mussolini dal monarca Vittorio Emanuele III di Savoia. L’azzardo della marcia su Roma, per merito di una classe dirigente cieca, poco lungimirante e spaventata dagli scioperi socialisti, era riuscito. Bastava il minimo intervento dell’esercito italiano per disperdere le Camice Nere; serviva solo la firma del Re su un documento per dichiarare lo stato d’assedio. Nulla di tutto ciò accadde. L’Italia nel giro di pochi giorni aveva un governo con i fascisti posti ai principali snodi di comando e Mussolini primo ministro. C’era solo un problema: il neoeletto governo dipendeva esclusivamente dal sostegno di liberali, popolari e nazionalisti. I fascisti contavano 34 deputati, alle ultime elezioni i socialisti avevano vinto di nuovo. Se il governo voleva essere stabile occorrevano nuove elezioni e che da esse uscisse un plebiscito per il PNF. Cosa che accadde, ma come disse Giacomo Matteotti, non in modo regolare, in quanto le Camice Nere erano di guardia ai seggi e più volte impedirono di raccogliere firme per la presentazione delle liste. La denuncia di Matteotti alle camere pose in guardia Mussolini. Da allora le sue priorità furono due: il consenso e il controllo capillare degli organi di comunicazione. Ogni voce dissidente doveva essere messa a tacere, in un modo o nell’altro. Ma non ci riuscirà mai del tutto.

L’Italia degli anni ’20 era ancora un paese in gran parte agricolo: le fabbriche stavano prendendo piede nelle grandi città come Milano, ma siamo ancora molto lontani dal vedere gli stessi livelli di consumo statunitensi. La pubblicità commerciale – espressa principalmente tramite manifesti o volantini – nei primi anni del regime risultava libera dal controllo fascista, così si diffusero mode e abitudini arrivate dall’estero, come l’auto, la fotografia, l’aperitivo e l’acquisto di abiti confezionati, non più fatti su misura. Questo accadeva specie nelle classi agiate e iniziava a prendere piede con timidezza nelle classi medie, il cui potere di spesa derivava principalmente dai salari, ridotti dopo la grande guerra.

Allo stesso modo Mussolini comprese subito l’importanza di far sentire la propria voce alla popolazione, sempre, in modo costante. Le sue idee e la sua visione del mondo, doveva diventare la stessa per tutti gli italiani.

Nel 1933 viene celebrata la Mostra della Rivoluzione Fascista, tesa a celebrare in chiave propagandistica le tappe percorse dalla dittatura fino a quel momento. Mussolini puntava a realizzare “una cosa d’oggi, modernissima dunque, e audace, senza malinconici ricordi degli stili decorativi del passato”. Intenzione ben visibile nei manifesti della mostra, colmi di arte in stile futuristico di cui Marinetti fu il principale ideatore.

Nello stesso anno tra Milano e Roma si tenne il Congresso Internazionale della Pubblicità. Esso accolse i presidenti delle associazioni pubblicitarie di Regno Unito, Germania, Francia, Stati Uniti e scandinave. L’obiettivo? Mussolini cercava di essere riconosciuto a livello internazionale e per un certo periodo lo fu. Le potenze straniere erano praticamente all’oscuro dei modi in cui era salito al potere, senza contare che il fascismo era visto come argine, sia dentro che fuori l’Italia, alla rivoluzione bolscevica dilagata in Russia, diventata poi Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (da qui URSS).

L’ambasciatore americano in Italia, Richard W. Child, dopo la marcia su Roma commentò: in Italia sta avvenendo “una rivoluzione bella e giovane”.

Non era il solo. Ernest Hemingway nel giugno del 1922 era tornato in Italia per visitare i luoghi del suo breve passaggio al fronte di guerra. In seguito a tale esperienza scrisse in un articolo per il Toronto Daily Star affermando di essere “rimasto affascinato dalla personalità di Mussolini”, descrivendolo come “un uomo grande dalla faccia scura con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso, e mani grandi ed espressive”. Vide nel regime, anche Hemingway – come tanti – un argine alla Rivoluzione Rossa. Già all’epoca come per gran parte del secolo, il Comunismo per le classi dirigenti era l’antitesi dell’occidente e in particolare dell’America che si era già avviata sulla strada di un capitalismo guidato dai consumi e da una moltitudine di singoli, ognuno con proprietà privata e diverse possibilità.

Fu anche per questa avversione che Mussolini ha potuto a lungo operare e prosperare senza essere ostacolato da nessuna potenza estera. Inoltre, ieri come oggi, pochi sanno come il fascismo è arrivato a prendere il potere a suon di manganellate, olio di ricino, distruzioni di case del popolo, circoli politici, giornali. Nemmeno i sacerdoti potevano dirsi al sicuro, Don Minzoni pagò cara la sua contrarietà al regime. La paura era il collante: nel paese per la rappresaglia delle camice nere, all’estero della Rivoluzione.

Se da un lato il fascismo puntava ad accreditarsi presso la stampa estera e gli stati più influenti dell’epoca, dall’altro attuò una politica sempre più autarchica, tesa a rendere l’Italia del tutto autosufficiente rispetto a tutto il resto d’Europa. La luna di miele durò fino al 1935, anno in cui l’Italia attacca l’Etiopia. Tanti solo allora vedono il vero volto dei fasci. Vengono imposte delle sanzioni: è l’inizio del declino, ma allora nessuno dei gerarchi fascisti se lo immaginava.

Il 18 dicembre 1935 venne organizzata la Giornata della fede, che spinse masse di italiani a donare la propria fede nuziale e altri oggetti preziosi. Tra i donatori figurarono il re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, Gabriele d’Annunzio, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi e Benedetto Croce. Vennero raccolte 37 tonnellate d’oro e 115 d’argento. Il regime si preoccupò di dare forte eco all’iniziativa sulla stampa e sui cinegiornali: di quel periodo il manifesto pubblicato sulla Domenica del Corriere, che ritrae una mano femminile nell’atto di donare la sua fede, sopra un elmo pieno di Gioelli davanti al Vittoriano di Roma, in piazza Venezia.

Ovunque vediamo il peso decisivo della comunicazione multicanale, principalmente su stampa italiana, stampa estera, radio, cinegiornali e manifesti. Nel 1934 il regime per gestire questo lato importante del consenso utilizzava il Sottosegretariato di Stato per la stampa e la propaganda. Sei mesi dopo questo divenne un ministero a tutti gli effetti.

 

Disfattismo per il regime e orgoglio per l’Italia libera

Gli argomenti principali attorno a cui girava la narrazione fascista erano il culto della personalità, la disciplina (anche se i camerati di disciplina ne avevano poca), la romanità e la discendenza dell’italianità da quel tipo di cultura. Questo prima della guerra; dopo il 1940 ogni comunicazione si concentrerà sul sostegno allo sforzo bellico, con particolare attenzione a punire anche il minimo segno di disfattismo.

A partire dal 1943 i controlli si faranno sempre più intensi. La prefettura di Forlì il 25 agosto 1943 segnala un episodio di “stampa disfattista”: era stato trovato in viale Ceccarini a Riccione un manifesto che invitava il “soldato d’Italia” a “non sparare contro il popolo”, serbando per la fine un invito interessante:

Serba le tue cartucce per i tiranni che ti hanno gettato in una guerra insensata, per i predoni che hanno impoverito la Patria, e, infine, per cacciare i tedeschi che ti odiano e che, dovunque abbiano combattuto con te, ti hanno sacrificato per salvare sé stessi. Soldato d’Italia, non sparare contro questo povero popolo in ceppi e mal nutrito e aiutalo nella sua operazione di liberazione della tirannide, per la fine della guerra e la riconquista della libertà. Poi, tornato a casa, anche tu sarai libero e benedirai il popolo che ti ha preparato più umane condizioni di vita.1

La propaganda bellica fascista dall’altro lato tendeva a esaltare l’integrità delle popolazioni, lo spirito di sacrificio, la compostezza davanti agli avvenimenti. Chiavi di lettura riscontrabili anche nelle relazioni di Ugo Ughi, commissario straordinario di Rimini sotto la RSI, dove afferma che donne, uomini e bambini reagirono ai bombardamenti con “forte compostezza”, “senza mai lamentarsi”.

A poco poterono i manifesti fascisti con quelle grandi figure squadrate e imponenti, quando dopo le numerose sconfitte militari il paese era in ginocchio. La fame e la miseria la facevano da padrone, l’esercito era stato mandato al fronte privo dell’equipaggiamento adeguato. Mussolini sapeva perfettamente il carattere suicida della missione: la sua speranza era riposta nella vittoria dei tedeschi da cui poi l’Italia fascista avrebbe avuto la sua parte di territori. Nessuna attenzione alle vite degli italiani, solo brama di potere e sensazione di onnipotenza che pagò con la caduta nel 1943, la costruzione di uno stato fantoccio nelle mani dei Nazisti e infine, la morte.

Intanto nelle città il clima politico si faceva sempre più teso. Tra Rimini e Cattolica comparvero diversi manifesti, anche in lingua tedesca, che incitavano i soldati alla diserzione e alla libertà. Il tono è del seguente:

Noi non lottiamo contro i tedeschi. Lottiamo contro Hitler. Noi non vi combattiamo in quanto popolo tedesco. Noi non vi combattiamo in quanto strumento dell’oppressione nazista; o, quando servite i capi politici che hanno riconsegnato il nostro popolo al fascismo, e ai capi militari che vogliono continuare l’inutile guerra sul nostro territorio. Tedeschi, voi ora siete soldati, ma prima ancora che soldati siete operai, siete contadini, siete intellettuali come noi. Non siate più gli aguzzini di Hitler, non siate più i vampiri dell’Europa! Disertate con le armi in pugno, i reparti dell’oppressore! Costituitevi in bande partigiane! Lottate anche voi per la libertà e la giustizia dei popoli! Viva la Germania dei tedeschi liberi!2

Un invito ad andare oltre il proprio giuramento di obbedienza, pensare con la propria testa e scegliere da che parte della storia dare il proprio contributo.

Le differenze che paiono subito lampanti fra la comunicazione fascista e quella della Resistenza sono le seguenti:

·        Immagini: molto presenti nella cartellonistica mussoliniana, poco nei volantini partigiani.

·        Parole: altisonanti e retoriche nelle comunicazioni di regime, concrete, argomentative e rivolte a un pubblico preciso, variante a seconda dei casi, in quelle partigiane.

·        Testi: marcati e brevi nel caso della propaganda fascista, discorsivi gli scritti della Resistenza.

Da sottolineare la clandestinità delle comunicazioni partigiane e l’ufficialità di quelle fasciste che permetteva a quest’ultime maggiori mezzi.

Ma in che modalità i partigiani riminesi diffondevano le loro idee? Con che mezzi? Chi sono i volti protagonisti? Cosa rischiavano?

A questo e tanto altro risponderemo nella prossima uscita sul tema, restate sintonizzati.

Resistenti sempre, ieri come oggi.

 

Note

  1. Angelo Turchini, Per la Libertà e la Democrazia: antifascismo e Resistenza a Rimini e nel riminese, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2015. P. 75.
  2. Angelo Turchini, Per la Libertà e la Democrazia: antifascismo e Resistenza a Rimini e nel riminese, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2015. P. 89.


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