Comunicazione, immaginario e narrazioni durante il ventennio e la Resistenza
Per la prima volta nella storia, durante il ‘900 ogni individuo può aspirare a diventare qualcuno, a prescindere dal proprio status. Non tanto per un fatto democratico, bensì a causa di un fenomeno legato ad esso: l’importanza del consenso delle masse. Chiunque sapeva, sa e saprà gestire le narrazioni e influenzare l’opinione pubblica ricoprirà sempre un ruolo di peso nella storia. Sta a noi scegliere se nel bene o nel male.
Buongiorno a
tutti e buon giovedì.
La storia
dell’umanità è permeata di narrazioni, di racconti, storie e percezioni.
Le storie sono lo strumento più potente con il quale far passare un
messaggio. I fatti da soli non bastano a convincere, ma se li esponi con le
giuste modalità di storytelling verranno ascoltati. Inoltre, se la nostra
narrazione deve avere consenso e vogliamo sia oggetto di attenzioni, non
deve partire dalla nostra esperienza personale, dalla nostra percezione
del mondo, ma da quella del nostro pubblico.1 Ecco perché la
politica, per tutto il ‘900 fino a oggi, cerca sempre modi diversi per
coinvolgere la base e cantare una canzone che corrisponda il più possibile alle
note che la gente vuole sentire.
Dal telegrafo
ai podcast, passando per qualche regime
Facciamo un
po' di contesto: nel secolo scorso si pongono le basi della comunicazione
attuale. Nasce il telegrafo per primo, la fotografia, poi la radio, si
consolida la stampa cartacea, la televisione in bianco e nero e poi a colori e
verso la fine del secolo si sviluppano i primi Personal Computer con il Word Wide
Web, prendendo da allora il decollo fino ad arrivare ai giorni nostri,
all’apertura dell’era AI.
Quattro dei
mezzi di comunicazione sopra elencati ebbero un ruolo determinante nel
coinvolgimento delle masse, prima nell’ascesa dei totalitarismi europei
e dopo, nella loro caduta: la radio, la stampa, la fotografia e i
filmati, diffusi attraverso dei cinegiornali, specie dagli addetti alla
propaganda del Terzo Reich. Tutti spazi comunicativi che nazismo e fascismo
occuparono e gestirono forzatamente a loro favore in maniera ossessiva, consci
di una cosa: per governare serve il consenso delle masse. Esso poteva essere
“forzato” dalla paura, ma ci si era convinti che avendo una narrazione
unidirezionale agli ideali del regime, le persone vi avrebbero creduto. In
Germania a suo tempo questa strategia funzionò perché quelle idee erano le
stesse, o simili a quelle di milioni di tedeschi la cui nazione era stata
umiliata dopo il patto di Versailles e versava nella crisi economica. In Italia
considerando l’alta adesione Resistenza partigiana, lo scenario fu ben diverso.
Parole: banali
(?) e incisive
Troviamo
particolare il fatto che i totalitarismi di Hitler e Mussolini, per quanto
saldi nella loro posizione potessero sembrare, erano fondati e poggiati sulle parole:
sul potere carismatico2 di due personalità controverse. Ciò
rappresentava la loro forza e la loro debolezza allo stesso tempo, poiché le
loro stesse armi si potevano utilizzare contro i sistemi che avevano
contribuito a costruire. Chiunque poteva prendere una radio e tentare di dare
una alternativa all’odio espresso da Adolf Hitler, portato sulla canna dei Panzer
in tutta Europa.
Per le idee
toccate dai maggiori dittatori del ‘900, si sono immolate milioni di persone,
si è fatto precipitare in guerra il mondo intero. Abbiamo davvero imparato le
responsabilità che derivano dal peso delle parole?
Far
sentire la propria voce, nel bene e nel male
La radio
ebbe il suo momento di maggior peso dagli anni ’30 in avanti, quando Hitler e
Mussolini in particolare, la usarono per far giungere le loro idee in tutte le
case, in tutte le vie. Era come essere contemporaneamente in tanti posti
diversi; oggi noi lo diamo per scontato ma all’epoca era una rivoluzione.
Quello strumento non fu appannaggio esclusivo dei regimi: se ne servirono anche
molti civili per ascoltare segretamente emittenti clandestine – che tanto il Reich
tentò di contrastare – e altrettanti membri della Resistenza attivi
nell’inviare messaggi di speranza, inviti a opporsi o messaggi in codice oltre
le linee nemiche. Ricordiamo la biellese Radio Libertà, le cui
trasmissioni venivano aperte dalle note di “fischia il vento”, per proseguire: Attenzione
Radio Libertà, libera voce dei volontari della libertà. Si trasmette tutte le
sere alle ore 21 sulla lunghezza d’onda di metri 21. Non abbiano dubbi coloro
che ci ascoltano siano partigiani, veri partigiani. Lo dice la nostra bandiera:
Italia e libertà.
A Ponte
Verucchio durante parte del 1944 e probabilmente sin dagli ultimi mesi del
‘43, era presente un comando tedesco addetto alle intercettazioni, con sede
operativa a Cesenatico, diretto dai marescialli Willi e Riccardo, ricercati per
crimini di guerra dagli inglesi insieme ad altri tre soldati tedeschi coinvolti
direttamente nella rappresaglia dei Nove Martiri. La posizione a Ponte
era strategica per intercettare le comunicazioni che partivano da San Marino,
repubblica in cui trovarono rifugio partigiani, soldati alleati, civili ed
ebrei. L’unità di Ponte prendeva il nome di Feldpost L 52920.3
Fu da qui
che partì con molte probabilità la perquisizione nelle case di Borgo
Maggiore in Piazza di Sopra. Il motivo di questa ricerca? A Borgo (RSM),
più precisamente nella piazza, trovava sede una radio gestita da un gruppo di
sinistra. I soldati tedeschi cercavano una radio che trasmetteva verso la
Jugoslavia.4 La perquisizione fu violenta e culminò con l’uccisione
di Alvaro Casali, addetto al collegamento con i partigiani nel riminese,
in particolare Mario Maroncelli, Decio Mercanti e il conte Elio Ferrari.
Due
narrazioni, due strade, una scelta
L’episodio
sopracitato ci mostra come la seconda guerra mondiale e la lotta partigiana
furono anche un lavoro di intelligence e spionaggio. Ma prima ancora, le
cause derivano proprio dalla comunicazione e dagli strumenti attraverso cui
passava, dai quali giungevano notizie incoraggianti da Radio Londra o
parole di propaganda tramite le emittenti di regime. Ognuno si trovava davanti
a due narrazioni. Inizialmente i canali alleati parevano raccontare notizie
lontane, poi man mano che il fronte si avvicinava le voci diventavano certezza,
i racconti dei soldati italiani – stremati da anni di guerre mosse dal
tentativo di fare una brutta copia di vecchi imperi caduti, mandati al fronte
privi della preparazione e degli strumenti adeguati – si rincorrevano e la
fiducia nella figura di Mussolini, se mai c’è stata, vacillava sempre di più.
La fame, i bombardamenti e la profonda crisi economica fecero il resto.
Fu dopo
l’armistizio del ’43 e l’occupazione tedesca della penisola il 10 settembre che
molti si trovarono davanti a una scelta: o la Repubblica Sociale o la
Resistenza. Il primo rifiuto di massa venne dall’esercito italiano.
Le milizie avevano oltre un milione di soldati privi di ordini chiari, senza
una guida: di questi 13.000 morirono nei trasferimenti, 700.000 furono
internati nei lager tedeschi più per motivi politici che prigionieri di guerra,
vista la paura che potessero unirsi alle forze partigiane. 50.000 morirono nei
lager. 200.000 però riuscirono a fuggire alla deportazione.5
Di quelli
scampati, molti scelsero di unirsi alla Resistenza. La lotta di Liberazione
unisce tutti i valori e l’impalcatura dello stato che verrà dopo.
Attraverso la Resistenza si conquista l’onore perduto, la dignità nazionale
e la democrazia, pagata col sangue. È grazie a quei ragazzi se l’Italia
è riuscita a sedersi al tavolo non da nazione conquistata, ma cobelligerante,
dotata di una classe dirigente data dai CLN e di volontari in grado di
garantire la gestione dei territori. La Germania ebbe infatti destino ben
diverso, spezzata in due, divisa tra URSS e forze occidentali dando così vita
alla cortina di ferro predetta da Wiston Churchill.
All’obbedienza
preferiamo lo spirito critico
Sotto un
regime che insegnava a obbedire, molti militi compresero che nella fedeltà non
vi era sempre onore. La RSI vede la quasi totalità delle camice nere arruolarsi
sotto le sue insegne, mentre l’esercito italiano andò nella direzione opposta.
Non c’è da sorprendersi: l’esercito nel ventennio ha sempre giurato al Re,
mentre le camice nere o i membri del partito lo facevano dinnanzi al Duce.
A proposito
di obbedienza è interessante notare che tutti i ragazzi della Resistenza erano
cresciuti in un contesto tutt’altro che educativo al tipo di attività che si
ritrovarono a svolgere negli anni 1943-44. Sostanzialmente chi nacque dal 1924
in avanti ebbe una educazione scolastica incentrata su fascismo e sulla figura
del Duce. Eppure proprio loro furono i primi a ribellarsi. Verrebbe da pensare
che quei giovani sentivano il bisogno di fare qualcosa per ribaltare le carte
in tavola, per avere un paese dove ognuno potesse essere diverso e non
conformato per ordine di una figura superiore, un paese dove si trova lavoro
senza una tessera di partito, dove c’è libertà. Per costruirlo, quella
generazione comprese che era necessario liberarsi del fascismo.
Sicuramente
non mancò la paura. Eppure la volontà di cambiare le cose per molti era più
forte di qualunque altro sentimento, forse perché il fascismo direttamente e
indirettamente fece del male a tutti gli italiani. Qualcuno aveva un parente
morto nella campagna di Russia o in Africa. Qualcun altro il padre
percosso e imprigionato dall’Ovra, poi c’era chi vedeva la sua famiglia
fuggire dalle proprie case e sentiva che non poteva starsene con le mani in
tasca.
Grazie per
essere arrivato fino a qui.
Resistenti
sempre, ieri come oggi.
Note
1. Lisa Cron, Story or die: o
racconti o sei fuori, Tréfoglie, 2021.
2. Ian Kershaw, Hitler e l’enigma del
consenso, Economica Laterza, 2006; il termine carisma non lo si intende
nell’accezione che ne abbiamo oggi. Nel caso di Hitler e Mussolini si può
utilizzare la definizione di Max Weber riguardo al “potere carismatico”, il
quale si basa sulla percezione - da parte di un seguito di fedeli – del senso
della missione e delle doti di eroismo e di grandezza in possesso di un leader
riconosciuto. La forma di potere carismatica è inoltre instabile: entra in
gioco nei momenti di crisi, quando le persone hanno bisogno di associare un
volto alla nazione.
3. Augusto Stacchini, Veleni: in
Valmarecchia la guerra uccide ancora, Carlo Filippini Editore, 2015, p. 9.
4. Augusto Stacchini, Veleni: in
Valmarecchia la guerra uccide ancora, Carlo Filippini Editore, 2015, p. 40.
5. Angelo Turchini, Per la libertà e
la democrazia. Antifascismo e resistenza a Rimini e nel riminese (1943-44),
Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 2015, p. 15.