Parole resistenti tra Rimini e dintorni
Volti, scritti e nomi dietro alle strategie di comunicazione e propaganda antifascista tra il 1943-44.
Il nostro
territorio è colmo di storie ed esperienze spesso rimaste nell’ombra: nascoste
tra le mura familiari, in qualche documento dimenticato, in delle foto
polverose o semplicemente insite nella memoria collettiva. Ci eravamo lasciati
lo scorso numero “Parole tra il ventennio e la Resistenza”, facendo una
contrapposizione generale e locale fra i due stili e toni comunicativi
appartenenti alla Lotta di Liberazione e al regime fascista. Nelle prossime
righe ci addentreremo in quella che era la Romagna di soli 80 anni fa: un
territorio stanco e disorientato, ma mai in ginocchio.
In zone
pianeggianti, dove la visibilità era ottima e i nascondigli pochi, le azioni di
guerriglia è normale che venissero penalizzate. Allo scontro diretto in questi
casi si preferiva agire con sabotaggi, fornitura di armi alle
brigate operanti in montagna, sostegno logistico e ultimo non di importanza,
fare leva sul morale della popolazione. Ciò avveniva tramite volantini,
manifesti, giornali consegnati clandestinamente o passaparola.
Sin dai
primi mesi dopo l’armistizio del 1943 in alcune zone del riminese si registrano
episodi di propaganda antifascista.
Massimo
Casilli d’Aragona è
uno sfollato a Bordonchio da Rimini. A Bellaria rileva subito il forte
sentimento antifascista. Il fascio locale si era attirato l’antipatia della
popolazione per essersi messo completamente a disposizione dei tedeschi, sia
dal punto di vista civile che militare. Le truppe d’occupazione della Wermacht
avevano inoltre predisposto degli sfollamenti per ragioni militari e per via
dei bombardamenti alleati. In questo contesto Massimo, in collegamento col
Comitato FNL di Rimini, dà il via alla propaganda partigiana. “Nei primi mesi
della mia permanenza in Bellaria fui ostacolato nell’opera di propaganda e
organizzazione per il fatto che non ero del luogo” afferma, “molti giovani
ascoltavano comunque le nostre parole, gli audaci diedero sé stessi alla lotta:
ebbe così inizio la cospirazione”.
Apparirono
manifesti sui muri delle case dei fascisti, sulla sede del fascio, sulle
caserme dei carabinieri, dei soldati italiani e tedeschi, “né mancarono di
onorare la città ampie bandiere tricolori del Fronte di Liberazione Nazionale”.
Bandiere, manifesti, passaparola. La popolazione accolse
con entusiasmo le iniziative. Dall’altro lato il fascio bellariese era così
debole che non ebbe neanche il coraggio di strappare i manifesti dai muri:
dovettero pensarci le truppe tedesche.1
Da dove
arrivava il materiale? Da Rimini, ma talvolta era lo stesso Massimo che si
impegnava a scrivere i volantini con una macchina da scrivere. A
dimostrazione che non conta lo strumento, ma come lo usi. Le parole sono uno
strumento potente, molti lo compresero durante il ‘900.
La preparazione
del materiale clandestino avveniva tramite intermediari professionisti:
nel caso della Valconca, notevole fu l’apporto della tipografia Cavalli
di Morciano. Altro materiale fu stampato da San Marino, mentre a Rimini,
in un locale di viale regina Margherita si scrivono volantini prodotti
da un ciclostile e distribuiti per tutta la Romagna dalle staffette
partigiane. L’attività di affissione dei volantini fu costante dall’ottobre del
1943 alla primavera del 1944 tra le zone di Rimini, Viserba e Bellaria. Santarcangelo
vede volantini ciclostilati o dattilografati affissi ovunque, anche dentro
un gabinetto per gli uomini della stazione ferroviaria. Rino Molari si racconta
che avendo studiato in seminario girava vestito da sacerdote per distribuire i
giornali vietati dalla RSI.
Ennio
Dellarosa,
componente del gruppo dell’Abissinia di Riccione, mette in
evidenza alcuni aspetti nella diffusione della stampa clandestina:
Il primo
passo era quello di allungare una copia dell'Unità, allora un solo foglio, noi
eravamo parte di una catena di distribuzione di cui non sapevamo quasi nulla.
So che le nostre copie le andava a ritirare a Santarcangelo, ma come
arrivassero fin lì non lo sapevo. Poi cambiarono sistema: con la complicità di
un altro antifascista che aveva l'automobile in quanto autista di piazza (oggi
lo chiameremmo con la tassista): assieme a mio babbo partivano per il cinema a
Rimini, imbarcando al bar Sport, per non dare sospetti ed evitare controlli,
anche un fascista, quindi al cinema, con la scusa del parcheggio, lo facevano
scendere a prendere i posti e, prima di raggiungerlo dentro, era quello il
momento in cui ritiravano e nascondevano nell'auto le copie clandestine
dell'Unità.2
I destinatari
principali dei volantini partigiani, in caso l’obiettivo fosse l’arruolamento
nella Resistenza era rappresentato da padri, madri, ragazzi e operai. La
Resistenza fu la prima operazione militare italiana a cui anche delle donne
presero parte in gran numero. Esse diedero un contributo importante sia combattendo
in prima persona, che impegnandosi come staffette, prestando assistenza
ai feriti e tramite supporto logistico alle brigate.
E il regime
come reagiva? Dall’insicurezza dei primi mesi dopo l’8 settembre 1943, si passò
anche ad azioni in via preventiva, in vista di particolari ricorrenze
sensibili. Vittorio Zanni a proposito racconta che “ci arrestarono alla
vigilia di un primo maggio (1944?), ma noi antifascisti eravamo in molti e non
tutti eravamo finiti dentro; così i volantini politici vennero distribuiti
egualmente e la bandiera rossa fu issata sul Kursaal”. I fascisti girarono
tutti i negozi di stoffe alla ricerca di quel drappo: la Manduchi, presso cui
si erano riforniti, nascose la pezza. I fascisti non troveranno mai nulla.3
La
sorprendente storia del partigiano Walter Ghelfi
Di Walter
Ghelfi, il sottotenente SAP Guido Nozzoli racconta che non aveva
bisogno di armi per difendersi. Gli bastava la forza dei suoi pugni. Un tedesco
una notte ebbe l’ardire di chiedergli i documenti; “si buscò una di quelle
botte micidiali tra naso e denti che rimase a terra privo di sensi fino al
mattino seguente”.
Ma la forza
fisica non era la sua unica caratteristica: sapeva toccare le leve della
persuasione meglio di chiunque altro.
Un pomeriggio
nella piazza di Viserba riuscì a commuovere fino alle lacrime un milite
repubblichino. Questi gli consegnò il moschetto e se andò a capo chino, sotto
gli occhi esterrefatti di tutti. Non fu la prima e l’ultima volta. Tenne un
vero e proprio comizio di fronte all’intero reparto italiano di servizio alle
batterie costiere nei forti di San Giuliano Mare: in altri tempi sarebbe stato
preso, torturato e ucciso. Ma così non accadde, al contrario: dopo due giorni
35 soldati disertarono in blocco con armi e bagagli.
Conclusione
Morale? La comunicazione può funzionare solo
se fatta seguire da fatti e valori concreti. L’oggetto da
perseguire non deve essere tanto far passare la propria tesi o di imporla,
bensì offrire qualcosa di diverso da quello che lo status quo ci mette
davanti: qualcosa di migliore.
Note
3. Angelo Turchini, Per la libertà e
la democrazia: Antifascismo e Resistenza a Rimini e nel riminese (1943-44),
società editrice Il Ponte Vecchio, 2015. P. 252.